#19O, la sollevazione è appena cominciata

Abbiamo atteso qualche giorno prima di scrivere il nostro punto di vista sulla manifestazione del 19 ottobre a Roma. Fondamentalmente riteniamo che quella giornata abbia avuto bisogno dei tempi giusti per apparire chiara, forse perché noi, come tantissime altre realtà di movimento che l’hanno attraversata, eravamo impreparati a un risultato simile ed avevamo forse dimenticato mobilitazioni come quella di sabato, costruite dal basso, in piena autonomia e soprattutto capaci di dettare, questa volta per davvero, un’agenda politica che parlasse di lotte reali, di bisogni concreti, che sapesse camminare su gambe proprie, senza dover fare a gomitate all’interno di cortei chiamati da altri (leggi sindacati o partiti).

Si è comunque detto già tanto e la voglia di protagonismo che ha visto circa centomila donne e uomini in piazza ha dato a tanti la voglia di esprimere il proprio punto di vista, di rivendicare la partecipazione a quello che è stato di certo uno degli appuntamenti più importanti degli ultimi anni, forse proprio perché nato e cresciuto dal basso dalle lotte sui territori e non calato dall’alto da vertici partitici o sindacali.

Certo, proprio questo processo di partecipazione è sembrato a volte difficile da innescare e da far procedere con barra dritta, ma è stata proprio questa la sfida che i promotori e tutti quelli che hanno partecipato hanno vinto.

Ha vinto la voglia di sollevarsi dal torpore, ha vinto la voglia di dare legittimità e consistenza alla rabbia, ha vinto il desiderio e l’esigenza di vendetta a fronte dei costi che la crisi scarica sulle nostre vite. Ma tra le tante narrazioni, ci preme condividere il punto di vista di chi, dai sud, ha attraversato quella giornata.

Senza voler fare paragoni affrettati e con le dovute differenze (forse più di radicalità che di composizione) la piazza romana del 19 ottobre non è stata una “piazza europea”, non si respirava, tanto per intenderci, l’aria delle mobilitazioni che in varie parti d’Europa si sono date contro l’austerity, tutt’altro: la piazza della sollevazione del 19 ottobre ci parlava un linguaggio più assimilabile a quello delle piazze del mediterraneo in lotta.

Facciamo questa considerazione proprio partendo dal dato della composizione sociale che ha fatto vivere la mobilitazione, dato che ci impone non poche riflessioni e ipotesi per i prossimi appuntamenti di lotta.
La composizione stessa (oltre che i numeri) è stata la vera novità, o meglio, la vera boccata d’ossigeno per tantissimi, anche per quanti non avevano carpito dall’inizio il portato che aveva con se questa giornata (forse troppo impegnati in commenti sulla maschera di “V”, palesando anche non poche difficoltà nel saper leggere e accettare il valore, ma soprattutto il peso, simbolico che poi ha innescato in piazza).

Una composizione variegata e molteplice di strati sociali subalterni, proletari e popolari che, in virtù di soggettività che quotidianamente sta sui territori moltiplicando lotte e conflitti, come prima indicazione ha posto la riuscita della giornata stessa. La presenza della composizione migrante e quella dei movimenti di lotta per la casa è stata di per se un chiaro segnale della vitalità che sui territori questa soggettività composita racconta e ciò che è avvenuto rappresenta, ci si permetta anche questo, un superamento de facto del vertenzialismo proprio di una certa visione assistenzialista relativa alle politiche sull’immigrazione. I compagni e le compagne africane, asiatiche ed est europee che hanno animato questi movimenti vivono già una dimensione complessiva del conflitto e della lotta sociale: non erano lì in piazza per chiedere solo il permesso di soggiorno, erano lì perché già quotidianamente mirano a riprendersi tutto, dalla casa al reddito. Un balzo in avanti non da poco rispetto alle tante esperienze proto-assistenziali che conosciamo bene.

Insomma la testa del corteo parlava, ancora prima di arrivare in piazza, il linguaggio della sollevazione, portava con se intrinseco il bisogno di vendetta rispetto a tutti i dispositivi di controllo e sottomissione che il capitale agisce sulle nostre esistenze.

Quello su cui però teniamo a soffermarci maggiormente è la composizione giovanile e meridionale di quella giornata, il dato che forse più avvicina la piazza romana a quelle magrebine e mediterranee in generale.

In piazza c’erano si tantissimi studenti e precari provenienti da ogni angolo del paese ed oltre ma, oltre a ciò, abbiamo visto una composizione di proletariato giovanile meridionale che con se ha portato il variegato prisma sociale stratificato sui nostri territori. Dai disoccupati ai precari, dai lavoratori a nero ai braccianti agricoli, fino a giovani provenienti da aree e realtà da anni in lotta contro il biocidio e la messa a profitto dei territori, soprattutto dalla Campania. Una brulicante fiumana di storie e di esperienze, di saperi e di bisogni che hanno trovato spazio in quella piazza già di per se variegata, ma non per questo spuria e non leggibile, anzi, proprio nella varietà della composizione è venuta fuori una radicalità che è stata il collante ricompositivo e, speriamo, potenziale detonatore di nuove e sempre più consistenti sollevazioni.

Quella piazza era desiderata da tutti, lo si leggeva negli occhi di ognuno, proprio perché ognuno sapeva che si trattava della piazza di tutti, senza imposizioni calate dall’alto, senza stanze dei bottoni. Questo è stato di sicuro un sentiero che ha permesso a molti di camminare insieme e di palesare, dopo anni in questo paese, una forza sociale, certo solo un inizio, ma un inizio che ci dà ottimi auspici per i prossimi appuntamenti di lotta.

Ma non solo gli appuntamenti nazionali, la sollevazione ha funzionato proprio perché nasce nei territori e nelle esperienze di lotta che in essi vivono, ecco quella che riteniamo la chiave di lettura delle due giornate del 18 e del 19. Non semplicemente due giornate di lotta, seppur dignitosissime, bensì il via che ha fatto riversare quella composizione inedita ed efficace di nuovo sui territori dai quali si era mossa per raggiungere la capitale. Questo è il nostro ruolo oltre le giornate specifiche, far (ri)tornare quei saperi, quella composizione, quell’autonomia e quella radicalità nelle lotte che portiamo avanti quotidianamente, questo è il senso della sollevazione e dell’assedio e non certo la presunzione (semmai l’avesse avuta qualcuno) di chiudere una partita in due giorni. Tutt’altro, quelle due giornate, e il percorso che le ha costruite, sono state e devono essere solo l’inizio di nuovo protagonismo sociale e di conflittualità diffusa sui territori.

Una radicalità di massa e generalizzata che non cade nell’errore di dividere quella piazza tra buoni e cattivi, perché li non c’erano né buoni né cattivi, solo donne e uomini che, con determinazione, hanno dato vita a un processo che di sicuro è destinato a crescere e a riversarsi in ogni strada di questo paese. Obiettivo e programma che agiremo ancora con più forza e convinzione anche e soprattutto per come queste giornate sono state accolte da chi è rimasto a casa e non è venuto a Roma.

Una percezione di nuova forza e nuova possibilità che non è sfuggita nei quartieri popolari e nelle periferie post-rurali, anzi un appunto per non disertare la prossima occasione, a implementare le esperienze territoriali che insieme hanno dato vita alla sollevazione generale.

Concludiamo salutando, senza retorica e con grande gioia, la liberazione di Sara, Celeste, Raffaele, Massimo, Giovanni e Rafael, fermati e poi arrestati in seguito al corteo. Abbiamo bisogno di ognuno per riprenderci tutto.

Terra di Lavoro, 24/10/2013
c.s.o.a. Tempo Rosso

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