L’ 8marzo di rabbia e di lotta viva!

297322_4542704601549_1034438658_nSe dovessimo fare un’analisi generale del contesto socio/culturale attraverso la lente della maggior parte dei media, non potremmo proprio lamentarci dato che , come donne, siamo state sulla cresta dell’onda anche quest’anno. Abbiamo spesso sentito parlare di femminicidio, con quel suo alone di tristezza e tenerezza che accompagna il sesso “debole”; ci siamo sentite spesso denominare donne in carriera, o donne sfavorite dalle condizioni economiche ma comunque ottime mamme e mogli, o ammiccanti veline.

Insomma, se non siamo morte- uccise, siamo il perno del focolare familiare, obbedienti mogli o maliziose pantere addomesticabili. Un quadro che ci riconduce, come dicevamo, a quella tenerezza o comunque a quella fragilità che ci si vuole affibbiare, e noi di questo quadro ne approfittiamo, in questo momento di particolare festeggiamento, semplicemente per anteporvene un altro, sovvertendo le narrative del perbenismo con quello della rabbia .

Una rabbia o pluri-rabbie sono quelle che vi riportiamo.

Rabbia che sale sempre di più nel pensare alle formule di vita precaria a cui veniamo sottoposte, per le discriminazioni che quotidianamente subiamo sui posti di lavoro, nella ricerca di un lavoro e per il mantenimento del posto di lavoro, vivendo un sistema violento che ci impone scelte violente.
Un sistema violento, come dicevamo, che impone ed esporta modelli violenti, di cui come donne, ne sopportiamo una doppia imposizione, quella di genere e di classe.

Rabbia per le crescenti privatizzazioni, per l’impossibilità come donne di accedere a determinati servizi sanitari: ne è la prova, ad esempio, il meccanismo stesso di apparato legislativo legato alle tematiche abortive, dove, oltre al rifiuto stesso dell’idea di dominio di cui ne diamo lettura, vediamo la totale mancanza di applicazione della legge 194 da parte di medici obiettori; per non parlare poi della situazione sempre più in collasso dei consultori pubblici.

Rabbia per i movimenti pro-life e per la pilotata disinformazione il cui scopo è quello di privare la donna della conoscenza e della consapevolezza dei propri diritti, come ad esempio quello relativo all’uso della pillola contraccettiva, spesso presentata come farmaco abortivo.

Rabbia per il difficile reperimento della pillola abortiva e per le pressioni morali a cui veniamo sottoposte nell’affrontare scelte di carattere personale, trasformate spesso in campi d’opinione pubblica.

Rabbia per le costrizioni sociali legate ai nostri orientamenti sessuali.

Rabbia di classe che ci pone in maniera antagonista al potere; per una totale sfiducia e rigetto a parole vuote quali le pari opportunità, le quote rosa e in generale dell’apparato dominante: di classe perché le nostre risposte le proponiamo dal basso, alzando la voce, imponendo decisioni in maniera autonoma, prendendoci e riprendendoci quello che vogliamo e che ci appartiene, invece di alimentare sogni borghesi come principesse da principe azzurro.

Rabbia per la distruzione dei nostri territori da parte di politiche scellerate e criminose; rabbia come donne che vivono una periferia del sud, che diventa centro per gli interessi strategici e di sperimentazione del capitale.

Rabbia per la marginalità in cui ci relegano in base a discriminazioni razziste e in generale a tutte quelle categorizzazioni a cui veniamo sottoposte dal preconcetto e dai poteri forti : come migranti, come prostitute, come carcerate, perché appartenenti, secondo loro, a categoria inferiore.

Rabbia per lo schiavismo, per lo sfruttamento, e per tutte le forme di violenza fisica e mentale che ci ritroviamo a vivere in tutti i luoghi dell’agire quotidiano: a casa, a scuola, nei posti di lavoro, nella società lì dove non rispondiamo ai ruoli a noi affibbiati; rabbia per la tratta dei corpi, gli abusi fisici e mentali, le violenze, in primis quelle di stato.

È rabbia questa, non mera indignazione, che va a canalizzarsi nelle lotte fatte dal basso, quelle che ci vedono come cospiratrici nel contropotere e non vittime del potere; nelle strade, nella volontà di costruire forme di socialità altre da quelle propinateci, che vivono nella collettività e che rivendicano lì i propri bisogni.

E se proprio volete rifilarci qualche ruolo, ci presentiamo oggi, ma anche ieri e domani, come puttane, come schiave che lottano per la liberazione, come blasfeme, come lesbiche, come detenute politiche, come autonome, come soggetti che si devono arrangiare per campare, come appartenenti alle rivoluzioni per l’eliminazione di tutti gli oppressori, come donne e non per forza mogli, come madri e non per forza chiocce, come rifugiate, come donne libere e appartenenti ai movimenti d’emancipazione e di autodeterminazione.

Con tanta rabbia
A tifare rivolta.

Le compagne e i compagni del

C.S.O.A. Tempo Rosso

Annunci