“Io non sono venuta dalla tua costola, tu sei venuto dal mio utero!”

Io sono miaContributo di Esmehen Hassen*  a sostegno di  save#194 e oltre, contro le 12 ore del sì alla vita del 5 gennaio a Caserta. 

 “Io non sono venuta dalla tua costola, tu sei venuto dal mio utero!

 È convinzione diffusa da millenni che la donna sia stata creata dall’uomo, la solita storia della costola tolta ad Adamo da cui poi sarebbe nata Eva, la solita storia che ha fatto da base alla supremazia maschile sulla donna… supremazia sociale, economica e, non ultima, supremazia sessuale. La storia ai quattro angoli del mondo è sempre la stessa: l’uomo è colui che feconda la donna, tutte le donne sembra quasi che abbiano nel loro destino quello di restare incinte (e partorire con dolore) e, come se non bastasse, se anche solo una donna non fosse madre, allora crollerebbe il mondo. Dalla tempi dell’antiquata Genesi alle soglie del 2013, la visione del corpo della donna, della sua sessualità e della sua salute cade ancora ogni giorno sotto i colpi dell’oppressione religiosa e cultural-maschilista. Mentre i giornali pubblicano dettagliatamente fatti di violenza carnale su tutti i fronti, c’è un’altra violenza che ogni attimo si consuma sulle donne: quella psicologica, meno visibile di quella fisica ma non per questo meno pericolosa. Questo tipo di violenza non è solo il marito o il fidanzato geloso e possessivo ma in primis la cosiddetta società civile che se in teoria offre alle donne delle possibilità, nella pratica ne impedisce la realizzazione. L’esempio lampante di questo atteggiamento è la questione riguardante l’aborto. In Italia la legge 194 del 1978 consente infatti alla donna di praticare l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza) sia nei primi 90 giorni di gestazione, che tra il quarto e quinto mese di gravidanza. Le motivazioni che la legge contempla nel poter ricorrere all’IVG lasciano massima libertà alla donna che può decidere di sottoporvicisi non solo per motivi di natura terapeutica ma anche “qualora accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento” (art. 4). La legge prevede inoltre che il medico e/o la struttura che si accinge ad eseguire l’IVG, fornisca alla donna informazioni sui diritti garantitegli dalla legge e sui servizi di cui può usufruire, oltre che contribuire, nei limiti di rispetto della libertà individuale, a far riflettere la donna e magari farle superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza. Tuttavia, nonostante le belle parole i diritti della donna sulla carta non equivalgono alla prassi seguita nella realtà, tutto ciò soprattutto a causa di una crescita esponenziale del personale medico che si professa obiettore di coscienza e che, lavorando nelle strutture mediche a cui la donna può rivolgersi, si rifiuta di praticare l’IVG alle donne che la richiedono. Nel 1997 all’interruzione volontaria di gravidanza si dichiarava obiettore il 60% dei ginecologi e il 50% degli anestesisti. Nel 2009 il numero dei ginecologi obiettori è passato al 71% e quello degli anestesisti ha superato il 50%. Oggi i medici obiettori sono più dell’80% e il loro numero è, evidentemente, destinato ad aumentare con il progressivo pensionamento dei medici non obiettori nei prossimi anni. Di questo passo il tentativo di conciliare l’autonomia e la libertà di scelta ( peraltro già sofferta e travagliata) delle pazienti con quella del personale medico viene ad essere del tutto inesistente poiché la volontà del secondo riesce sempre a prevalere su quella delle prime. Così le donne si ritrovano a dover girare file e file di ambulatori, consultori, ospedali e studi ginecologici per riuscire a trovare una persona che accordi il LORO DIRITTO a voler interrompere una gravidanza non desiderata. Così le donne si ritrovano a doversi sorbire dal medico di turno tutta la paternale sul senso della vita, ad esser trattate come delle poco di buono e/o peggio ancora come delle assassine. Non sono pochi i casi di donne che si sono ritrovate a proseguirla senza volerlo quella gravidanza, perché ignoranti dei propri diritti e vinte dal senso di colpa fatto crescere in loro dagli obiettori di coscienza, dalle famiglie perbeniste e retrograde e dai vari movimenti pro-life che, dietro la facciata di difesa della vita, altro non vogliono che eliminare anche dalla carta il diritto fondamentale della donna alla LIBERTÀ di scelta sul suo corpo. Lo scopo principale infatti dei movimenti pro-life è quello di abrogare per via referendaria la legge 194, togliendo così alla donna qualunque possibilità di padronanza del proprio corpo e della propria salute fisica e psichica. Nonostante i manifesti pro-life siano pieni di citazioni di religioso amore e rispetto per la vita, mi permetto di dire che è chiaro che anche tra le vite da salvaguardare ci sono scale di importanza e che, a quanto pare, una vita che non è ancora in atto vale molto di più di una già esistente, specie se questa è quella di una donna. Ci vedono come uteri, cicli mestruali e ovaie su cui stabilire e tenere sempre il controllo attraverso la disinformazione e la colpevolizzazione della libera scelta. Su questo poggia ogni sfruttamento e ogni oppressione da cui ci si difende soprattutto con la conoscenza ed il rifiuto ad accettare ogni limitazione imposta da una società ipocrita e ambigua, dove il rischio è quello di essere vittime di un’illusione di democrazia e emancipazione mentre il corpo delle donne continua ad essere schiavo di qualcun altro. Il prossimo 5 Gennaio a Caserta, come a Milano, Torino, Padova, Roma e Catania si terrà la manifestazione nazionale “12 Ore per la vita”, una carrellata di buoni sentimenti e timorati di Dio che, con presidi allestiti presso tutti quegli ospedali e strutture etichettate come abortisti, ci ribadiranno il valore del senso della vita di cui sembrano essere gli unici depositari. Dall’altra parte ci sarà invece chi, come noi, senza alcuna presunzione di conoscenza assoluta, sa che il senso della vita sta forse in quella libertà che prevede la scelta senza doverla negoziare con nessuno, perché queste sono solo ovaie nostre!

*Esmehen Hassen è blogger e web editor per Yalla Italia, il blog delle seconde generazioni, pubblica inoltre su almaghrebiya.it, da sempre sensibile alla tematica di genere.

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