Cosa brucia all’Ilside?

pubblicato su www.latrones.it

Strettamente collegata alla presenza di discariche abusive e non e ai siti di stoccaggio, è la grande piaga dei roghi. Ogni cumulo di “monnezza” che prende fuoco in maniera dolosa è un attacco alla salute della terra, delle acque, dell’aria e quindi dei cittadini, che imbandiscono le loro tavole con prodotti locali, che respirano inconsapevolmente l’aria insalubre e che nella stagione estiva s’immergono nelle acque del Litorale Domitio. Tra gli episodi più eclatanti e funesti avvenuti nella provincia di Caserta riguardanti il problema dei roghi troviamo i vari incendi che, in un breve arco temporale, hanno colpito più volte l’Ecorec di Marcianise, la discarica di Marruzzella, appiccato ben quattro volte e quello, più recente, all’Ilside di Bellona (sito di stoccaggio in località Ferranzano).  Normalmente, tutto il materiale reperibile in giro per il web, in merito a tali fatti, è composto da articoli redatti nei giorni “caldi” degli incendi stessi sull’onda emotiva del visibile disastro. Dopodiché, mai si riesce ad avere notizia di eventuali indagini svolte, di presunti colpevoli, di danni arrecati all’ecosistema e alla popolazione della zona, di coltivazioni danneggiate (in modo più o meno permanente) e ancor più silenzio c’è sulla relazione tra roghi ed incremento dei tassi tumorali nei dintorni dei siti colpiti dal disastro. Basta qualche giorno per far calare l’attenzione su ogni episodio il quale resta senza colpevoli, senza conseguenze, come se questi incendi fossero frutto di processi di autocombustione e l’emissione di diossina una sorta di leggenda metropolitana!

Puntiamo l’attenzione sul rogo più recente nei dintorni, ovvero quello dell’Ilside a Ferranzano (frazione di Bellona, nell’Agro Caleno), addentriamoci nella coltre di fumo nero e denso che è fuoriuscito dal sito per oltre quattro giorni e cogliamo in tal modo l’essenza della vicenda. Il rogo, sicuramente di origine dolosa, viene appiccato nella notte tra il 16 ed il 17 aprile 2012 nel pieno della campagna elettorale per le amministrative. Ma, fino alle prime luci del mattino, ancora nessuna autorità del posto si preoccupa del disastro in atto. I vigili del fuoco vengono chiamati soltanto quando ormai, avvolte dalle fiamme, diverse delle tonnellate di rifiuti stoccati sul posto hanno dato origine ad una nube nera e tossica che si è estesa per oltre 30 metri di altezza e dipanata per diversi kilometri di diametro dal cuore dell’incendio, riversando milioni di microparticelle dannose su tutta l’area. Tuttavia, alle preoccupazioni dei cittadini ed alle loro domande rispetto ad un disastro evidente ben poche risposte sono arrivate. L’unico provvedimento preso dal sindaco e dall’amministrazione di Bellona è stato un comunicato abbastanza vago nel quale si intimava alla cittadinanza di non ingerire prodotti della terra “potenzialmente” contaminati e chiudere le finestre delle abitazioni evitando attività esterne. Tutto il resto è silenzio! Le autorità minimizzano e qualcuno arriva persino a sostenere che le plastiche stoccate alla Ilside, bruciando, non sprigionano diossine. Dopo qualche mese tutta la vicenda pare sia stata solo il frutto di una psicosi onirica collettiva. I dati dell’ARPAC (uno degli enti, insieme all’Asl, preposto alla vigilanza sull’impatto ambientale) sembrano rassicuranti, le analisi sui contenuti di diossina, con esiti piuttosto vaghi – e sicuramente sottostimati – delle acque e dei terreni di Ferranzano, sembrano vole chiudere la vicenda e la vita riprende il suo naturale corso. Ma molte domande restano senza risposta: chi ha appiccato l’incendio alla Ilside e perché? Esiste una relazione tra i tanti roghi? Si tratta di atti isolati o ci troviamo di fronte ad una precisa strategia criminale che si prefigge obiettivi determinati?

Di certo, questi fenomeni sono una naturale conseguenza della mala gestione dei rifiuti industriali e urbani. Sono certamente legati a quell’impostazione che, negli ultimi decenni, ha aperto la strada all’annidarsi, all’interno della filiera dello smaltimento dei rifiuti, di pratiche criminali volte a servire, con spregio dell’ambiente e della salute, i cospicui interessi economici che il ricco settore della “monnezza” genera e riproduce. In questo quadro i roghi, se espressione di strategie volte ad accaparrarsi segmenti della filiera dello smaltimento in una guerra strisciante tra cordate della imprenditoria armata autoctona, rappresenterebbero un vero e proprio attacco terroristico contro le popolazioni locali. Ed è assurdo sostenere, come ha fatto il sindaco di Capua, Antropoli ,in maniera arbitraria e strumentale, che l’unica soluzione per ovviare a tali catastrofi sarebbe quella di costruire impianti di incenerimento o ‘gassificatori’. La verità è che il pubblico è stato piegato dal privato a servire i propri interessi favorendo lo sfruttamento scellerato della terra, l’estrazione di profitto dall’acqua e dall’aria, in sostanza la messa a valore e la privatizzazione di quelli che chiamiamo beni comuni grazie alla perversa commistione tra una classe politica intenta nella tessitura di reti clientelari ed una imprenditoria parassitaria e talvolta a mano armata. Se Regione, Provincia e i vari commissari straordinari succedutisi nel tempo non avessero stilato “piani per i rifiuti” votati al drenaggio di risorse statali nelle tasche di privati e di fatto predisposti solo all’accumulo, legale e non, di materiale di scarto – spesso di natura e provenienza incerte – in attesa che in qualche modo si “autosmaltisca” e si fosse cercato di ridurre a monte la produzione di materiali da smaltire, di incanalare il trattamento dei materiali verso un percorso di riciclaggio e/o riuso, non ci sarebbe nemmeno l’occasione per lo sviluppo dei questi roghi. Posto che esista la reale volontà di sradicare il malaffare e la criminalità organizzata e non di servirsene, più o meno esplicitamente, come strumento di governance.

csoa Tempo Rosso

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