Dall’art.18 alla distruzione del trasporto pubblico provinciale casertano. Quello che il Presidente delle banche non vede.

Il governo “tecnico” di Monti-Napolitano, come nelle nostre previsioni, con velocità impressionante applica la riduzione dei diritti in ogni ambito: mentre le prime proposte del ministro dell’istruzione, come l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, vanno nella direzione di proseguire quei processi di privatizzazione nel mondo della formazione, assistiamo ad un rapido impoverimento di casse destinate al welfare e, dulcis in fundo, si prosegue con la riforma del mercato del lavoro!

Una riforma giustificata con l’obiettivo di incentivare le imprese estere ad investire sul nostro territorio mediante la libertà assoluta nel licenziamento dei dipendenti. Viene resa vana la tutela operata sui diritti dei lavoratori dall’art.18, in una cooperazione tra governo e sindacati come al solito poco inclini alla lotta e completamente assoggettati alle scelte imposte dal padronato nostrano e dai poteri finanziari transazionali; Tutto ciò condito della continua e logorante litania del “padre della patria” Napolitano, che incita al sacrificio per il risanamento del debito pubblico.

In Terra di Lavoro tutto ciò viene amplificato dalla presenza di fenomeni che gettano la popolazione in uno stato di precarietà ancor più aspro: l’alto tasso di disoccupazione -che investe ogni fascia d’età, ma diviente massiccia per quanto riguarda i giovani- è affiancata dal volto cupo del lavoro nero, ovvero quella fetta di lavoro che spinge il “dipendente” in un limbo di ricatto e frustrazione, senza tutele garantite da alcun vincolo contrattuale. Caduta ogni speranza di ottenere il tanto “noioso” posto fisso, con l’incalzare della crisi e le politiche sedicenti riformiste, anche chi in passato era riuscito ad ottenere una fonte di sostentamento sicura, si vede derubare di un futuro certo, facendosi largo la possibilità di essere lincenziati per motivi di carattere economico, senza possibilità di reintrego.

Ed è proprio questo che è accaduto ai lavoratori dell’azienda provinciale di trasporti ACMS. Dichiarato fallimento, 470 dipendenti si sono ritrovati senza un lavoro. Già da qualche tempo gli stipendi non venivano erogati, tanto è vero che, negli utlimi giorni di servizio, era possibile leggere sui monitor dei veicoli in circolazione dell’Acms la scritta “Oggi viaggio senza stipendio”, primo sintomo di una ribellione degli autisti allo status quo. Senza alcun dubbio si può riscontrare ancora una volta la completa indifferenza delle istuzioni locali, ricordando che il presidente della provincia Zinzi, pur essendo il maggior azionista dell’Ente, ha completamente ignorato la condizione di collasso in cui riversava l’azienda, cercando di correre ai ripari solo a cose avvenute, ovvero quando si è visto ritorcersi contro la rabbia degli ex dipendenti.

In più occasioni gli autisti dell’azienda hanno preso in mano la situazione, generando momenti conflittuali espressi sia nel blocco della stazione di Caserta, sia con l’occupazione della statale Appia -due punti nevralgici per la circolazione nella provincia casertana- al fine di ottenre risposte concrete, in quanto è stata resa nota la possibilità dell’ercizio transitorio in regime economico in attesa che l’azienda venga riassorbita da un nuovo gestore. Il gioco fatto dai vertici per garantire lo smantellamento del trasporto pubblico e la spartizione dei brandelli dell’azienda tra privati, senza prestare alcuna attenzione al futuro dei dipendenti, non è di certo celato. Infatti si fa forte la presa di coscienza dei presenti ai presidi, i quali si presentano consapevoli della logica applicata e dichiarano “Lo vogliono dare in mano ai privati, vogliono frazionare il clienterismo politico”.

Quello dell’ACMS non è un caso isolato, quotidianamente si assite alla chiusura di fabbriche, al fallimento di esercizi commerciali, al blocco di attività lavorative di ogni sorta. Siamo consapevoli che l’inversione di marcia non può arrivare dall’alto! L’unica risposta può essere fornita dalla generalizzazione delle lotte spinta dal basso, seguendo anche l’esmpio che ci arriva dalla Grecia, dal Portogallo e dalla Spagna, in cui si è assistito ad uno sciopero generale concreto ed attivo, espressione di uno spontaneismo retto dalla sfiducia per un cattivo governo del paese, e dal rifiuto di pagare la crisi.

Solo trasformando la rabbia, l’indignazione e la disperazione in progettualità politica usciremo dalla crisi. Mentre le tecnocrazie europee e i poteri finanziari globali e nazionali usano la congiuntura economica come arma di ricatto per sottrarre diritti e forza politica alle classi subalterne, queste ultime comprendono sempre di più che l’uscita dalla crisi è possibile solo attraverso un cambiamento generale e la costruzione di una società più equa.

Assemblea Autonoma Terra di Lavoro

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