Capua: in piazza contro la crisi, solidali e complici con le battaglie per i Beni Comuni

Si è scesi in piazza, finalmente, stamattina a Capua. Si è scesi in piazza da autoconvocati, spontaneamente, per lanciare un segnale di dissenso verso i sacrifici ancora una volta richiesti ad un sud allo stremo. “Abbiamo pagato lo ‘sviluppo’, non pagheremo la crisi!” recitava lo striscione che il centro sociale Tempo Rosso ha portato in piazza a cercare di rappresentare, con uno slogan, quella che appare la parte assegnata ad un territorio ed ai suoi abitanti nella grande sceneggiata dell’economia nazionale.

 

Prima l’emigrazione e lo sradicamento, per sostenere lo sviluppo del sistema industriale italiano localizzato soprattutto a nord. Poi, in nome del progresso e dell’occupazione, la semi-industrializzazione a macchia di leopardo gestita nella peggiore maniera clientelare, zeppa di sfruttamento ed incurante dell’impatto sul territorio e l’ambiente. Poi ancora il vuoto, la sofferenza di una agricoltura sempre più in difficoltà e la crisi economica globale a rincarare la dose. E adesso? Adesso i sacrifici. Per aiutare il Paese, s’intende.

In questo modo, il disastro provocato dalla logica capitalistica che ha animato le scelte e le pratiche della politica, quella meridionale prima di tutte, viene riversato su quella parte, invero grande e maggioritaria, che ha sostenuto, al costo di sacrifici e sfruttamento, la marcia della locomotiva Italia senza, peraltro, goderne dei benefici. Perché qui non funziona niente. Perché lo Stato stesso ha trasformato le infrastrutture per i servizi ai cittadini, compresi quelli essenziali come la sanità e l’istruzione, in grandi serbatoi di consenso, macchine clientelari che hanno assicurato ai politici e ai partiti quel potere che gli ha permesso di assecondare le esigenze delle lobbies economiche, poco importa se legali o extralegali.

Quelle stesse lobbies che hanno trascinato la Campania in un disastro senza precedenti nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti attraverso l’imposizione di una logica fatta di discariche ed inceneritori, una logica senza sbocco, come ripetiamo da anni, e che va soppiantata dall’opzione Rifiuti Zero fatta di raccolta differenziata, riciclo e riuso.  A queste lobbies e ad i loro rappresentanti politici bisogna opporsi.

Opporsi animando ed organizzando movimenti dal basso, creando comitati e reti che mettano in relazione le esperienze di lotta che sbocciano sui territori, dando a tutto ciò una comune progettualità che vada nella direzione della difesa dei Beni Comuni e del superamento del binomio pubblico/privato in nome del comune. Questa è una grande battaglia dei nostri tempi, è una possibilità concreta di riscatto ed è fonte di creazione di comunità laddove, l’individualismo imperante, crea divisioni ed isolamento.

Volgendo lo sguardo un po’ più in là, la lotta contro il TAV e la storia della comunità della Val di Susa, germogliata in vent’anni di lotte contro un progetto folle ed inaccettabile, sono esempi di come una battaglia giusta e condivisa, seppure difficile, produca una soggettività dal basso che ha, non solo la forza di contrastare interessi mastodontici, ma anche la facoltà di sottrarre un pezzo di territorio e la società che lo vive, ai tempi ed ai modi del comando del grande capitale e della speculazione. Ecco perché è una battaglia che fa tremare il potere. E il potere è sempre cieco. Ottuso. Non ammette di essere contraddetto e utilizza la legge per imporre il proprio ordine incontestabile.

Difronte al dissenso dei cittadini campani si è schierato l’esercito a difesa delle discariche, trasformate in zone militari. Piuttosto che arretrare difronte all’evidenza, in Val di Susa, si edifica un fortino militarizzato e si ingaggia una battaglia contro le genti della valle e gli attivisti NoTav. Di più, gli interessi economici premono sui media e la gogna della stampa si scaglia contro chi si ribella, anatemi vengono lanciati contro il dissenso in nome del rispetto di una legalità di dubbia levatura. Il partito de La Repubblica invoca le forche che, puntualmente, arrivano. Scattano gli arresti ma, insieme ad essi, la solidarietà di un Paese diverso. Quello che non crede più al resoconto travisato per comodità da poteri tanto forti quanto ottusi e retrogradi, magistratura in primis – con buona pace di forcaioli di ogni ordine e grado.

Garantisti con i potenti come Cosentino, salvato dal carcere nonostante le accuse di camorra in nome di una presunzione di innocenza alquanto singolare,  e forcaioli con tutti gli altri. Singolare concezione di garantismo, dicevamo, dal momento che ci troviamo a dover esprimere la nostra solidarietà agli attivisti modenesi dello spazio sociale Guernica, messi agli arresti, loro si, prima ancora di essere processati, per aver contestato una celebrazione della marcia su Roma (sic!) organizzata da Fiamma Tricolore.  Il potere modenese, legato a doppio filo con il colosso energetico Hera che fa affari con Nicola Cosentino attraverso il grande business della centrale termoelettrica di Sparanise (fortemente inquinante), preferisce dimenticare la storia della città durante la Resistenza e presentarsi con il doppio volto del progressismo di facciata e il legalitarismo (fatti salvi i soci in affari di Casal di Principe) contro i movimenti.

Questa è l’Italia di oggi, il campo di battaglia tra chi rischia di perdere tutto e chi non ha mai perso niente. E allora, di fronte a questo scendere in piazza è il minimo che si possa fare. Opporsi a questo stato di cose, con fermezza, intelligenza e coraggio è un compito improrogabile. Farlo in una dimensione collettiva, ponendosi obiettivi chiari una necessità.

Assemblea Autonoma Terra di Lavoro

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