La Lega Nord, emblema vivente della casta

Il repentino avvicendamento di governo ha messo in evidenza alcune caratteristiche della classe politica che ci governa. Esse possono essere individuate attraverso l’accostamento di due fenomeni: l’intesa parlamentare tra Pd, Pdl e Terzo Polo attorno all’esecutivo Monti e il ritorno all’opposizione della Lega. Quest’ultimo avvenimento, in particolare, sembra poter aprire la strada a un recupero del consenso popolare da parte di questo partito, che nel corso degli ultimi mesi aveva raggiunto, da questo punto di vista, i minimi storici. Cresciuto negli anni Novanta attorno alla protesta dei piccoli e medi proprietari contro le tasse imposte da Roma, e radicatosi negli ultimi quindici anni nei quartieri operai di molte città settentrionali grazie alla sua indisponibilità strategica ad adottare i linguaggi del “politically correct”, questo movimento sembrava ormai divenuto la stampella di un governo corrotto e inefficiente, e di quella “Roma ladrona” che aveva a lungo indicato come il nemico.

La nuova situazione politica cade a fagiolo per togliere la Lega dall’imbarazzo. Attraversata da un pesante malcontento nella base, lacerata all’interno a causa della fronda capeggiata dall’ex ministro Maroni e dal sindaco di Verona Tosi, la Lega si trova improvvisamente nella sua condizione ideale: politicamente isolata, è in parlamento a votare no, opponendosi all’inciucio romano più grande di sempre, quello che accomuna ex comunisti, ex fascisti, ex democristiani e berlusconiani nel lavoro sporco di togliere denaro a chi lavora per regalarlo al sistema parassitario della finanza internazionale. La Lega, fino a ieri stampella dell’incarnazione più scandalosa della “casta” può oggi denunciare il complotto che essa ordisce ai danni degli italiani, e in particolare (a suo dire) del Nord. Mentre quasi tutte le forze politiche rinunciano a rappresentare interessi sociali diffusi in favore di discorsi ideologici sui sacrifici da compiere, la Lega mette in scena la sua rinuncia a un ruolo politico in questo processo, pur di non rendersi corresponsabile di un attacco senza precedenti ad alcuni dei suoi principali referenti sociali.

La Lega interpreta la mancanza di consapevolezza, in larghe fasce popolari, di quali siano le ragioni effettive della privazione economica e sociale cui siamo sottoposti. Per contrastare il suo radicamento nei territori non è sufficiente la critica, per quanto intelligente o accesa, della sua xenofobia; l’opposizione meramente antirazzista alla Lega, anzi, ha mostrato in modo preoccupante alcuni lati deboli in questi anni. Una simile critica è fortemente radicata nella parte più istruita della popolazione: studenti universitari e dei licei (meno negli istituti tecnici), lavoratori della conoscenza e della cultura, mondo accademico, scientifico e dello spettacolo. L’apparire la Lega un partito lercio, culturalmente arretrato e portatore di contenuti rozzi ne fa sovente l’obiettivo polemico di chi non può evitare di sbandierare la propria “cultura” senza usarla, mentre attira pericolosamente a questa formazione le simpatie di chi magari istruito è meno, ossia di chi è legato – sul versante commerciale o imprenditoriale, ma anche operaio – al mondo del lavoro inteso in senso stretto o tradizionale, o allo scenario esistenziale del quartiere e della periferia.

Si noti che, molto spesso, la critica alla Lega è consistita nel ripetere con tono scandalizzato le frasi stesse dei suoi esponenti: “Ma vi rendete conto?! Hanno detto che…”. A queste critiche, la Lega ha sempre risposto sorridendo e sfregandosi le mani. Pubblicità gratis: il messaggio non era stato confezionato in quel modo per stupidità o per caso, ma per ottima (e persino facile) intuizione circa i flussi linguistici che avrebbero assicurato più voti, cioè più potere. La Lega è il primo movimento post anni di piombo ad aver additato un assetto istituzionale, la “casta” romana appunto, come nemico, cogliendo una distanza tra paese reale e politica istituzionale che in Italia ha radici profondissime, precedenti addirittura la fine dei partiti di massa. La sinistra storica che, attraverso tutte le trasformazioni dei relitti del PCI, ha invece insistito sulla centralità del mondo istituzionale, non ha avuto grandi argomenti contro la Lega, contrariamente a ciò che ha sempre (spocchiosamente) creduto; ed ora che credeva la Lega stessa si fosse suicidata, logorandosi per l’amicizia fatale con Berlusconi (quasi a rimediare ai deficit irrimediabili dei ceti politici “illuminati” del Belpaese), rischia di restare delusa. È lei stessa – la “sinistra” dei sacrifici, quella di retrograda e berlingueriana memoria – a imporre e giustificare sofferenze sempre meno accettabili per le masse precarie, mentre la Lega denuncia facilmente l’inaccettabilità di queste misure con un occhio agli operai e piccoli imprenditori del nord.

Come opporsi, in questo contesto, a una nefasta ripresa di consenso per la Lega? Non è un compito impossibile, ma occorre essere in grado di (ed essere sufficientemente credibili per) smascherare questo tipo di operazione per quello che è. La Lega non è soltanto parte della casta, ma è la quintessenza e l’emblema della casta italiana. Approfitta di tutti i privilegi che la caratterizzano, permettendosi anche il lusso di atteggiarsi ad agente politico ad essa esterno. Che cos’è, in verità, la “casta”? Essa non si definisce come gruppo sociale chiuso o impermeabile; è un elemento socialmente privilegiato che necessita, per esistere, del suo contrario – cioè di quella parte della società che della casta non fa parte. L’essenza di una casta non è nella sua impenetrabilità, perché i suoi membri cambiano sempre, continuamente: essa ha come obiettivo la propria autoconservazione come organo politico e sociale, non quella della sua composizione specifica, contingente; è uno spazio che deve continuare ad esistere perché sempre nuove minoranze vi possano attingere privilegi. (E non è certo la matrice, né l’unico bacino del privilegio; è un tassello del vasto ingranaggio dell’accumulazione sociale del privilegio, che ha ben altre radici. Né – la storia continua a dimostrarlo – dei meccanismi di “casta” è semplice disfarsi, anche durante o dopo le rivoluzioni).

Sbaglia quindi chi crede che l’esistenza di una casta parlamentare, in Italia, sia sintomo di un deficit di democrazia parlamentare, o si eviterebbe con più democrazia parlamentare. Là dove la cricca dei privilegiati della politica forza le procedure formali della democrazia o esibisce, tronfia, i suoi agi, la casta è, anzi, in pericolo: la possibilità della sua esistenza si basa in effetti sull’inganno e sulla dissimulazione, sul suo nascondersi dietro le procedure anche corrette di una presunta democrazia, che è tale formalmente, ossia nominalmente. Una casta sana, che può sopravvivere cento o mille anni, è una casta che non appare tale: meglio ancora, una casta che interpreta i bisogni di cambiamento e di critica del privilegio. Soltanto fino a poche settimane fa la Lega governava l’Italia, promuovendo e giustificando, attraverso i suo ruolo di governo nazionale e locale, le grandi truffe ai danni della collettività nei rapporti tra politica, banche e impresa in Italia, e nei rapporti tra debiti più o meno sovrani nel consesso internazionale. Oggi, improvvisamente, si scopre forza d’opposizione al “malaffare” che essa stessa è ed è stata, alle sanguisughe che essa stessa ha creato, allevato e difeso, al sistema decrepito che essa stessa ha gestito per dieci anni e, attraverso regioni e comuni, gestisce tuttora.

La capacità del ruffiano è – nel suo ambiente ideale, che è la politica – voltare gabbana con una rapidità e una nonchalance tali da frastornare l’opinione pubblica, ignorando ed esorcizzando ridicolo e patetico con l’autocontrollo della faccia tosta. I leghisti, politicanti di professione, hanno questa capacità esattamente come i democratici, i rifondaroli (ricordiamo le politiche dei governi Prodi) i berlusconiani, i post-fascisti o i democristiani, ma loro peculiarità è esibire ostilità alla “casta di Roma”. È su questo elemento che occorre insistere oggi, in un nuovo e più efficace processo di critica alla Lega come partito; attaccarla esclusivamente per la sua xenofobia rischia di non indebolirla abbastanza. I diseredati sociali e le tante vittime della crisi che troveranno nella retorica leghista un punto di riferimento sono redimibili esclusivamente nella misura in cui è possibile far aprire loro gli occhi su ciò che hanno di fronte e non vedono, perché è troppo evidente. La Lega non può che essere, come ogni partito moderno, sulle poltrone governative soltanto a intermittenza; ma è parte della casta nel suo ruolo operativo generale, nel suo inganno quotidiano in favore dell’ingranaggio complessivo del privilegio della politica, anche e soprattutto quando è all’opposizione, pronta ad approfittare lautamente e parassitariamente dei vantaggi (anche volgarmente economici) del potere alla prossima occasione. Bacino di raccolta della rabbia sociale, convogliata genericamente contro vaghe plutocrazie o contro settori specifici del lavoro salariato o della disoccupazione (i migranti, ma non solo), è pronta a convogliarla nel parassitismo dei palazzi romani o delle amministrazioni e delle lobbies locali, come ha già fatto più volte e fa tuttora.

Non è un caso che i leader principali del versante maggiormente anti-berlusconiano della Lega, Maroni e Tosi, abbiano all’attivo la gestione più soffocante e brutale dell’ordine pubblico che l’Italia ricordi in tempi recenti: che si tratti delle politiche contro i migranti, gli omosessuali o gli spazi occupati a Verona, o delle manganellate sui tunisini a Lampedusa e dei lacrimogeni lanciati a tonnellate contro la popolazione “nordica” della Val Susa, i membri della casta confermano la propria essenza quando sperimentano l’ascesa di fenomeni sociali anomali, imprevisti o conflittuali, difficilmente governabili all’interno dell’organizzazione presente delle cose, e in particolare della rappresentanza politica. Se la casta ha bisogno del suo contrario per sopravvivere depredandolo, non può smettere di combatterlo; giacché il suo contrario contiene le forze sociali in grado, potenzialmente, di decretarne la fine. Ecco perché, come già accadde con il fascismo, la forza e la radicalità dei movimenti può essere in grado di sgonfiare tali fenomeni cerchiobotteschi e paraculi anche e soprattutto compiendo la propria semplice opera storica: procedere al sabotaggio dell’attuale organizzazione generale della politica. Rimarrà una priorità togliere e non concedere spazi di agibilità alla Lega nelle nostre città; ma la creazione di spazi di conflitto sociale sarà la ricetta principe per togliere alla Lega ossigeno politico e possibilità di rilancio sociale e riciclo istituzionale.

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