Capua: in piazza contro la crisi. Solidali e complici con le battaglie per i beni comuni.
Si è scesi in piazza, finalmente, stamattina a Capua. Si è scesi in piazza da autoconvocati, spontaneamente, per lanciare un segnale di dissenso verso i sacrifici ancora una volta richiesti ad un sud allo stremo. “Abbiamo pagato lo ‘sviluppo’, non pagheremo la crisi!” recitava lo striscione che il centro sociale Tempo Rosso ha portato in piazza a cercare di rappresentare, con uno slogan, quella che appare la parte assegnata ad un territorio ed ai suoi abitanti nella grande sceneggiata dell’economia nazionale.
Prima l’emigrazione e lo sradicamento, per sostenere lo sviluppo del sistema industriale italiano localizzato soprattutto a nord. Poi, in nome del progresso e dell’occupazione, la semi-industrializzazione a macchia di leopardo gestita nella peggiore maniera clientelare, zeppa di sfruttamento ed incurante dell’impatto sul territorio e l’ambiente. Poi ancora il vuoto, la sofferenza di una agricoltura sempre più in difficoltà e la crisi economica globale a rincarare la dose. E adesso? Adesso i sacrifici. Per aiutare il Paese, s’intende.
In questo modo, il disastro provocato dalla logica capitalistica che ha animato le scelte e le pratiche della politica, quella meridionale prima di tutte, viene riversato su quella parte, invero grande e maggioritaria, che ha sostenuto, al costo di sacrifici e sfruttamento, la marcia della locomotiva Italia senza, peraltro, goderne dei benefici. Perché qui non funziona niente. Perché lo Stato stesso ha trasformato le infrastrutture per i servizi ai cittadini, compresi quelli essenziali come la sanità e l’istruzione, in grandi serbatoi di consenso, macchine clientelari che hanno assicurato ai politici e ai partiti quel potere che gli ha permesso di assecondare le esigenze delle lobbies economiche, poco importa se legali o extralegali.
Quelle stesse lobbies che hanno trascinato la Campania in un disastro senza precedenti nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti attraverso l’imposizione di una logica fatta di discariche ed inceneritori, una logica senza sbocco, come ripetiamo da anni, e che va soppiantata dall’opzione Rifiuti Zero fatta di raccolta differenziata, riciclo e riuso. A queste lobbies e ad i loro rappresentanti politici bisogna opporsi.
Opporsi animando ed organizzando movimenti dal basso, creando comitati e reti che mettano in relazione le esperienze di lotta che sbocciano sui territori, dando a tutto ciò una comune progettualità che vada nella direzione della difesa dei Beni Comuni e del superamento del binomio pubblico/privato in nome del comune. Questa è una grande battaglia dei nostri tempi, è una possibilità concreta di riscatto ed è fonte di creazione di comunità laddove, l’individualismo imperante, crea divisioni ed isolamento.
Volgendo lo sguardo un po’ più in là, la lotta contro il TAV e la storia della comunità della Val di Susa, germogliata in vent’anni di lotte contro un progetto folle ed inaccettabile, sono esempi di come una battaglia giusta e condivisa, seppure difficile, produca una soggettività dal basso che ha, non solo la forza di contrastare interessi mastodontici, ma anche la facoltà di sottrarre un pezzo di territorio e la società che lo vive, ai tempi ed ai modi del comando del grande capitale e della speculazione. Ecco perché è una battaglia che fa tremare il potere. E il potere è sempre cieco. Ottuso. Non ammette di essere contraddetto e utilizza la legge per imporre il proprio ordine incontestabile.
Difronte al dissenso dei cittadini campani si è schierato l’esercito a difesa delle discariche, trasformate in zone militari. Piuttosto che arretrare difronte all’evidenza, in Val di Susa, si edifica un fortino militarizzato e si ingaggia una battaglia contro le genti della valle e gli attivisti NoTav. Di più, gli interessi economici premono sui media e la gogna della stampa si scaglia contro chi si ribella, anatemi vengono lanciati contro il dissenso in nome del rispetto di una legalità di dubbia levatura. Il partito de La Repubblica invoca le forche che, puntualmente, arrivano. Scattano gli arresti ma, insieme ad essi, la solidarietà di un Paese diverso. Quello che non crede più al resoconto travisato per comodità da poteri tanto forti quanto ottusi e retrogradi, magistratura in primis – con buona pace di forcaioli di ogni ordine e grado.
Garantisti con i potenti come Cosentino, salvato dal carcere nonostante le accuse di camorra in nome di una presunzione di innocenza alquanto singolare, e forcaioli con tutti gli altri. Singolare concezione di garantismo, dicevamo, dal momento che ci troviamo a dover esprimere la nostra solidarietà agli attivisti modenesi dello spazio sociale Guernica, messi agli arresti, loro si, prima ancora di essere processati, per aver contestato una celebrazione della marcia su Roma (sic!) organizzata da Fiamma Tricolore. Il potere modenese, legato a doppio filo con il colosso energetico Hera che fa affari con Nicola Cosentino attraverso il grande business della centrale termoelettrica di Sparanise (fortemente inquinante), preferisce dimenticare la storia della città durante la Resistenza e presentarsi con il doppio volto del progressismo di facciata e il legalitarismo (fatti salvi i soci in affari di Casal di Principe) contro i movimenti.
Questa è l’Italia di oggi, il campo di battaglia tra chi rischia di perdere tutto e chi non ha mai perso niente. E allora, di fronte a questo scendere in piazza è il minimo che si possa fare. Opporsi a questo stato di cose, con fermezza, intelligenza e coraggio è un compito improrogabile. Farlo in una dimensione collettiva, ponendosi obiettivi chiari una necessità.
Assemblea Autonoma Terra di Lavoro
_____________________________________________________________Contro la crisi, generalizziamo le lotte!
L’inasprirsi della crisi ha inevitabilmente innescato una serie di focolai di lotte principalmente in quei territori in cui, ancor più che in altri, si avverte il fardello di una politica fatta di speculazioni, resa concreta nella pratica dalla componente istituzionale dei partiti ma rispondente agli interessi di potentati economici legali o di stampo malavitoso.
Pratiche di sfruttamento di risorse umane e ambientali, attuate nell’ottica di un sempre maggiore profitto, hanno reso sempre più forte l’immagine di un meridione sottosviluppato.
Ma oggi, attraverso l’insorgere di alcune categorie sociali particolarmente colpite dalla crisi e dalle misure del governo Monti, il sud sta tentando di rivendicare diritti e di ottenerli senza delegare a rappresentanti di partito verso i quali ormai non si ha più fiducia.
Siamo stati presenti ai blocchi per generalizzare la sollevazione sociale ai mille volti del precariato diffuso! Non abbiamo intenzione di pagare una crisi che non abbiamo prodotto noi: precari, studenti, disoccupati!
Sappiamo di essere maggioranza! Perché noi siamo quel 99% che lotta contro l’1% degli speculatori che ci sfrutta e fa profitti sulla nostra pelle e che oggi ci chiede di pagare il debito a suon di sacrifici!
Soprattutto noi in Terra di Lavoro dobbiamo generalizzare la lotta consapevoli anche di ciò che in passato la popolazione ha costruito, mettendo in piedi iniziative a difesa dell’ambiente. Lotte che hanno avuto la capacità di tessere un legame tra la moltitudine delle persone che le hanno attraversate, creando comunità ed uscendo dall’isolamento individuale in cui ci si vorrebbe rinchiudere. Terra di lavoro ha scontato e continua a scontare scelte volte alla distruzione e al saccheggio della nostra salute, della nostra dignità.
Non accettiamo passivamente le regole di chi decide le nostre sorti!
Sia su base Nazionale, attraverso le varie manovre “Salva Italia” del governo Monti, sia su scala locale, tramite la costruzioni di grandi opere ed ecomostri, si viene a delineare l’usuale pratica che garantisce l’interesse di pochi a discapito della comunità.
Ecco perché saremo in piazza a Capua, sabato 28 gennaio 2012.
csoa Tempo Rosso
Pignataro Maggiore – Terra di Lavoro
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Giggino, Nicola e noi. Considerazioni a freddo sul mancato arresto del politico casalese
Giggino ‘a Purpetta, al secolo Luigi Cesaro, parlamentare PDL e presidente della Provincia di Napoli, esplode in un’espressione di giubilo incontrollato di fronte alla notizia: Nicola è salvo, l’amico Cosentino non finirà in carcere. Lacamera, con il voto dello scorso 12 gennaio dice “No” alla richiesta d’arresto emanata della Procura di Napoli nei confronti del deputato campano Nicola Cosentino. Dopotutto Giggino e don Nicola hanno molte cose in comune, ma non è questa la sede per esaminarle. Fatto sta che l’espressione di Cesaro, appreso l’esito del voto, ci è apparsa eloquente: una vittoria personale, la vittoria di chi crede, sempre e comunque, di farla franca. Certo, è facile dirlo a cose fatte, ma non ci aspettavamo che andasse diversamente.Con buona pace dei soliti commentatori distratti, di quelli che dicono “l’aria sta cambiando” che confondono e si confondono ed invocano la giustizia dello Stato come medicina sociale che sani le storture di un Paese malato. Il medico ed il paziente, il tecnico ed il Governo. Ma le cose nella realtà non funzionano così. Così come non esiste un Governo neutrale, che non operi scelte politiche che rispondano a logiche che siano espressione, a loro volta, di interessi precisi, è difficile immaginare che la trama di relazioni economiche, clientelari e politiche incarnata da quelle che taluni chiamano “le storture della nostra società”, possa essere messa in discussione dallo stesso potere che se ne serve. Detta così può sembrare una semplificazione, ma il concetto sarebbe stato valido anche nel caso in cui Nicola Cosentino sarebbe finito in carcere. Se è per questo, un potere che pretende di essere esercitato in nome dell’interesse generale non può spendere tempo e denaro per stabilire se il noto politico di Casal di Principe sia o non sia un perseguitato politico. La questione ci sembra assolutamente ridicola! Un perseguitato politico è colui il quale subisce una serie di iniziative repressive da parte delle autorità a causa delle proprie idee politiche. Per esempio, vieni denunciato e costretto ad affrontare diversi interminabili processi per poi, eventualmente, venire sempre
assolto (o magari condannato ma per reati politici, non certo per riciclaggio). Nonostante ciò, la Commissione Giustizia si è riunita ed ha stabilito che Cosentino non è un perseguitato politico. Il Parlamento ha poi detto il contrario. E molti sono rimasti delusi. Noi, che conosciamo Nicola Cosentino da molti anni, abbiamo le idee più chiare delle massime istituzioni di questo Paese. Noi, che viviamo nella terra delle centrali turbogas, delle discariche abusive e delle grandi aziende del cemento, del movimento terra, delle bufale e dei centri commerciali, non abbiamo a disposizione il tempo, elefantiaco, delle Giustizia (borghese) italiana. Andiamo di fretta. Sarà l’esigenza di restare vivi, di sopravvivere al deserto culturale, allo schiavismo dello sfruttamento in salsa casalese (ma anche non). Nostro malgrado, abbiamo avuto ed abbiamo bisogno di giungere ad una conclusione precisa, frutto di una valutazione ponderata seppur rapida: Cosentino è un nostro nemico. E non aspetteremo nessuna sentenza, nessuna autorizzazione a procedere attenderemo per continuare a contrastare i progetti di questa paranza predatoria che spreme la nostra gente e la nostra vita. In simbiosi con lo Stato, fino al cambio di guardia, fanno affari legalmente e non, ma con la stessa prepotenza. Coperti e garantiti da un sistema che ha bisogno di loro e dei loro soldi, da quello stesso sistema che crea la crisi e la scarica sulla moltitudine proletaria in Terra di Lavoro come altrove. Non invochiamo le manette, non lo abbiamo fatto mai. Non siamo rimasti delusi, avevamo poca fiducia negli interpreti di questa vicenda. Chiamiamo alla lotta sociale, semmai. Invochiamo un cambio di rotta che parta dalle strade delle nostre città, dei nostri paesi, dai luoghi dello sfruttamento nei quali produciamo per il loro tornaconto. In provincia qualcosa si muove. Ci sono realtà radicate da anni e movimenti, comitati, gente comune che prende parola e combatte. Sono le lotte per la difesa dei beni comuni, dei diritti calpestati degli immigrati, del grido di rabbia di chi, lavoratore e già precario, è sfruttato. È questa la strada da percorrere per non avere mai più un Cosentino a decidere delle nostre sorti. È la strada che seguiremo.
Anche se ci appare alquanto risaputo e stradetto, ci ritroviamo ad accogliere un 2012 che promette una lunga serie di aumenti e interventi sull’economia del Paese. Il governo dei banchieri di Monti e Napolitano ha messo in campo queste misure scaricando il peso della crisi soprattutto sulle spalle dei proletari, dei lavoratori, dei precari e degli studenti.Un quadro più che allarmante all’interno del quale, come al solito, i poteri del finanzcapitalismoeuropeo e mondiale stanno cercando di far gravare il peso della crisi sulle economie che già arrancano e, all’interno dei paesi, sui settori sociali proletari e proletarizzati a causa di salari bassissimi, debiti e crescita dei costi anche relativi a servizi essenziali che gradualmente vengono privatizzati e liberalizzati.
Basta una analisi semplice per capire che questo 2012 non sarà il solito anno di rincari e di “adeguamenti” dei prezzi e delle spese, anzi, si capisce subito che il Governo “tecnico” sta letteralmente cannibalizzando ed espropriando reddito (diretto e indiretto) e, con esso, diritti solo ed esclusivamente ai danni delle classi meno abbienti, dei giovani studenti o precari, dei lavoratori che giorno dopo giorno sono sempre meno garantiti e sotto attacco e di tutta quella miriade di soggetti sfruttati e marginalizzati nonostante la loro centralità nel processo produttivo.Partendo dall’aumento di tasse, gabelle e fardelli vari, nel nostro paese stiamo assistendo ad un giro di vite che porta una chiara connotazione di classe, ci ritroviamo infatti con una serie di aumenti su tutti i fronti a cominciare da:
- Luce e Gas: Aumentano rispettivamente del 4,9% e del 2,7%. L’AEEG, Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, ha calcolato che, per una famiglia italiana con consumi medi di energia, i rincari genereranno una maggior spesa annua pari a 22 euro per la luce, ed a 32 euro per il gas.
- Benzina: sono in atto aumenti in tutta Italia, con picchi nelle regioni del Sud e in quelle dove le regioni hanno applicato le addizionali regionali.
- IRPEF: non è stata toccata, ma sono aumentate le aliquote sulle addizionali regionali. Ogni Regione pagherà in modo differente, quindi. Calabria, Campania e Molise saranno quelle che spenderanno di più perché dovranno aggiungere anche uno 0,30% dovuto al deficit sanitario (aliquota complessiva 2.03%).
- Canone RAI: l’importo da pagare per il canone RAI 2012, adeguato all’inflazione, è di 112,00 euro.
- IMU:Se si tratta della prima casa, il Comune potrà calcolare un’aliquota tra lo 0,2 e lo 0,6%. Dall’importo ottenuto, poi, si devono detrarre 200 euro e ulteriori 50 euro per ogni figlio con meno di 26 anni. L’importo massimo detraibile è 600 euro.
E si potrebbe continuare elencando anche i rincari dei beni di prima necessità come il cibo, oppure delle tasse anche sui giochi, le lotterie, l’aumento dei pedaggi autostradali. Tutto ciò è relativo solo agli aumenti del costo complessivo della vita, ma a questa serie di aumenti va aggiunto anche il discorso sulla perdita di un numero imprecisato di posti di lavoro durante tutto il 2012. Qualcuno parla di 300mila posti di lavoro in meno, altri addirittura stimano questa perdita intorno agli 800mila posti di lavoro, preoccupanti sono le vicende Fincantieri e Fiat, o quelle come il recente licenziamento in tronco (via fax)di 239 lavoratrici dell’Omsa. Nel complesso vedremo un aumento di vari punti percentuali del tasso di disoccupazione che potrebbe arrivare intorno al 9%, creando una situazione che certamente si abbatterà con più violenza proprio in ampi settori del meridione.Perdite che si avvertiranno anche su tutto il territorio della provincia di Caserta dove, tra vertenze storiche come Ixfin e nuove vertenze come la Nuroll di Pignataro, vedremo malauguratamente mettere in strada decine di lavoratori. Tutto ciò è ovviamente reso possibile dalle vigenti leggi che regolano i rapporti di lavoro, ma soprattutto da quelle che sono in cantiere e sulle quali ci sarà da combattere battaglie fondamentali come contro l’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.
Questi i dati, snocciolati velocemente visto che la cosa che più ci premeva e ci preme, come autonomi e antagonisti in provincia di Caserta, è quella di costruire, all’interno di questo allarmante quadro complessivo di recessione, aumenti e licenziamenti, una risposta collettiva e dal basso ai meccanismi di rapina e di sfruttamento che il governo Monti sta mettendo in campo. Ed è proprio in questo scenario che l’adagio “Noi la crisi non la paghiamo!!!” diventa cardine di ogni iniziativa e di ogni sviluppo di analisi.
Non pagare la crisi non è solo uno slogan, ma è una pratica essenziale di lotta e riscatto che cercheremo di costruire sul territorio. L’insolvenza, la riappropriazione degli spazi, del tempo, del reddito, devono essere messi al primo posto nella nostra agenda politica.
Ad oggi centinaia, migliaia di persone sono di fatto insolventi nei confronti di banche e di agenzie come Equitalia o Agenzia delle Entrate, non per un progetto politico definito e definitivo, ma per la realtà contingente della loro situazione economica. Ci troviamo e ci troveremo sempre più di fronte a momenti di conflittualità sociale che prescinde le nostre capacità di creare e organizzare questa rabbia e questi conflitti. Ma questi meccanismi hanno bisogno di una progettualità politica e di un orizzonte ampio che li trasformi in lotte sociali, in rivendicazioni concrete che facciano crescere, alimentino, e diano delle gambe solide ad un movimento ampio di trasformazione sociale.
Siamo consapevoli del fatto che nessuna forza partitica o comunque istituzionale e istituzionalizzata possa dare delle risposte concrete a questa domanda di cambiamento. Crediamo anzi che proprio praticando e alimentando le conflittualità, standoci dentro, si diano i presupposti per la creazione di nuove istituzioni, nate dalle esigenze e dai bisogni spinti dal basso. Per questo non ricerchiamo default controllati o altre forme di riformismo simile, ma lavoriamo affinché la classe-parte degli sfruttati alla quale apparteniamo si ritrovi pronta e compatta per rispondere al meglio agli attacchi che il capitale finanziario ha sferrato alle nostre vite e per rilanciare nella conquista di nuovi diritti.
Le rivolte degli ultimi mesi, dalla Primavera araba, agli UK Riots, alle Acampade spagnole, a piazza Sintagma fino al movimento #Occupy, hanno di nuovo reso palese la crisi degli strumenti e delle strutture di rappresentanza tradizionali, soprattutto all’interno della sinistra partitica, mettendo a nudo l’esigenza, condivisa dalla stragrande maggioranza di quanti sono scesi in piazza e hanno dato vita a conflittualità su vari livelli, di pensare e costruire nuove istituzioni, nate appunto dal basso e sulla scorta dei bisogni reali di questa grande classe (appunto il 99%) che vede al suo interno moti ricompositivi ma che, di sicuro, non vanno nella direzione di partitini e piccole strutture autoreferenziali. Al contrario, le rivolte arabe e le piazze europee e statunitensi, hanno dimostrato proprio questo: gli schemi della rappresentanza politica tradizionale, soprattutto a sinistra, sono saltati e sono stati scavalcati di fatto dalle piazze stesse, che hanno messo in piedi istituzioni nuove, trasversali a questo 99%, mettendo in relazione i bisogni del sottoproletariato e del precariato metropolitano con quelli del ceto medio proletarizzato.
Per questo motivo crediamo che la discussione, l’analisi, la sperimentazione, vada fatta al di là di forme e contenitori già precostituiti, chiusi a riccio, autoreferenziali e in ultima analisi assolutamente non in grado di leggere e alimentare le pulsioni conflittuali che potranno nascere nel nostro paese alla luce delle politiche di impoverimento generale.
In questa ottica costruiremo i nostri percorsi sui territori che ci vedono impegnati con le nostre strutture e i nostri collettivi, agendo da un lato sulle specificità locali come appunto i licenziamenti, la disoccupazione, la difesa dei beni comuni e, dall’altro, cercando di incanalare questa conflittualità all’interno di una visione transazionale e complessiva della risposta e del contrattacco della classe nei confronti della grande economia e dei banchieri.
A questo proposito indichiamo e abbracciamo le date transnazionali del 15 marzo e del 15 maggio 2012, data in cui è previsto il primo Sciopero Generale Mondiale.
Quest’ultimo appuntamento lo costruiremo e attraverseremo consapevoli di sperimentare nuove forme di sciopero precario e metropolitano provando a tradurle nella nostra realtà post-rurale e periferica, ma comunque snodo essenziale di accumulazione e riproduzione del capitale.
Con questo approccio attraverseremo la crisi e la recessione che porterà il 2012, cercando di trasformare la nefasta tendenza di quest’anno sul terreno di una risposta immediata al peggioramento diffuso delle condizioni di vita dettato dalla controparte. Su tutti i territori a partire dalla irriducibile conflittualità tra gli interessi degli sfruttatori e quelli degli sfruttati cercheremo di innescare nuove lotte e nuovi movimenti di riappropriazione e di costruzione di nuove istituzioni autonome, di lotta e dal basso!
Assemblea Autonoma Terra di Lavoro
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Pignataro: paese della musica (che è sempre la stessa).
Cambiano i musicanti ma continua la cacofonia. Anche se, fortunatamente a differenza di altri, non abbiamo mai esultato per il cambio di timoniere e di masnada a palazzo Scorpio, pur consapevoli dei grossissimi limiti politici e tecnici della giunta Cuccaro, dobbiamo ammettere, con profondo rammarico, che non credevamo si potesse viaggiare su livelli così bassi. Come è ben noto, non ci siamo mai lasciati infatuare da questa “sinistra de noantri” che poco o nulla la separa, politicamente parlando, dalla giunta Magliocca. Infatti, in questi primi mesi di governo cittadino, oltre a una immobilità’ politica in perfetta linea con la migliore tradizione dei minestroni della sinistra istituzionale italiana, ad una politica culturale degna della migliore tradizione conservatrice e da “tv berlusconiana”, vediamo proprio sul piano della vita quotidiana del piccolo municipio una totale continuità con modi di fare e di strafare del passato!
Non ci aggrappiamo alla polemica su piccolezze paesane, non siamo, neanche stavolta fortunatamente, questa opposizione confusa e ansiosa di ritornare a scaldare la poltrona, ma preferiamo puntare l’attenzione su pochi fatti che da soli ci fanno capire a chiare lettere quale paranza di giocolieri distratti siano gli uomini della giunta Cuccaro:
• Come prima cosa vediamo la nomina del Nucleo di Valutazione come una semplice mossa clientelare (anche poco scaltra). Attenzione,non diciamo che bisogna abolire la commissione (non abbiamo i mezzi tecnici per capire se sia possibile o meno), ma vorremmo domandare alla maggioranza e alla stessa commissione se non sia il caso di “valutare” anche di rinunciare al gettone mensile (che non cambia la vita a chi riceve già uno o due stipendi) e dirottare questi soldi su progetti di welfare comunale. Una proposta su tutte: pagare l’abbonamento per i trasporti agli studenti meno abbienti! Sarebbe una bella idea e la risposta chiara a chi in giro va dicendo che è sempre la stessa storia: cambiano i musicanti ma la musica è sempre la stessa. Suonata anche malissimo aggiungiamo noi!
• Altro punto è la vicenda Pignataro Patrimonio, rivelatasi solo uno spot elettorale,anche di cattivo gusto, e che ad oggi, invece di porre rimedio ai problemi creati dalla passata e disastrosa gestione, si pensa a liquidare del tutto: ma che idee innovative…
• Per non parlare di questa paventata diminuzione della TARSU, che va anche bene, ma se la TARSU deve diminuire perché i mezzi della Patrimonio sversano abusivamente nelle siepi… neanche su questo ci trovate d’accordo. Rivendichiamo, quindi, come già stiamo facendo anche all’interno del Comitato contro la Biomasse, la necessità di aderire alla rete nazionale “Rifiuti Zero”, proponiamo di partire sul serio con la raccolta differenziata, il riciclaggio e il riuso. Ma a quanto pare le coscienze ambientaliste della giunta Cuccaro si sfiammano col passare delle elezioni, tanto è vero che alle assemblee del comitato contro la biomasse erano presenti sempre i soliti noti e il resto della giunta era preoccupata in chi sa cosa… probabilmente si stavano preoccupando di fare ulteriori parcheggi, per poter valorizzare l’eccellenza della produzione casertana: IL CEMENTO! Anche su questo ci trovate in disaccordo e daremo battaglia dato che a Pignataro tutto serve tranne che altro cemento. Ai giovani di questo paese serve poter vivere dignitosamente, SERVE un lavoro, un welfare comunale che non faccia gravare il peso della fiscalità locale su chi non può pagarne le spese. Ai giovani di questo paese serve essere tutelati quando vanno a lavoro perché, nel 2011, non si può morire per portare il pane a casa… Tutto questo è per giunta frutto di quella precarizzazione della vita che i partiti di riferimento di questa maggioranza hanno introdotto nel nostro Paese. Insomma, un’Armata Brancaleone che difficilmente poteva fare di peggio, con personaggi, ad esempio il vicesindaco De rosa, per i nostri gusti troppo contigui a elementi come Nicola Cosentino. Ci si permetta solo un appello ai tanti giovani pater-comandati della giunta comunale: vi invitiamo ad un forte atto di emancipazione e di discontinuità’ con i vostri cari genitori, è davvero triste vedere ragazzi pensare ed agire alla peggior maniera degli adulti.
COMUNICATO STAMPACSOA TEMPO ROSSO – TERRA DI LAVORO